ANALISI E PROPOSTE

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Documento di analisi  e di proposte politiche dell’Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS)

 

Parte prima: l’ANALISI

 

1. Premessa.

La parte più nobile e moderna della Costituzione della Repubblica Italiana è costituita dal titolo dedicato ai “rapporti economici” (artt. 35-47). Essa, da almeno due decenni, è totalmente disapplicata, in ragione della prevalenza dei Trattati dell’Unione Europea e del diritto derivato (emanato dagli organi dell’Unione) sulle norme costituzionali volte a disciplinare la materia economica. Una congiuntura internazionale favorevole, un lungo periodo di bassi tassi di interesse, la promozione dell’indebitamento privato, che ha supplito per molto tempo la diminuzione dei salari e dei redditi da lavoro tutti, e la diffusione della ideologia globalista, mercatista, transnazionale, idolatra della concorrenza e individualista hanno oscurato a lungo, agli occhi del popolo italiano, questo dato di fondamentale rilevanza. Oggi siamo giunti al tempo della verità e alla necessità di invertire la rotta.

I principi fondamentali dell’Unione Europea non sono in grado di far uscire l’Italia dalla crisi economica, bensì spingono verso l’aggravamento e generano un difetto di coesione sociale e territoriale che sta minando l’Unità della Nazione e impoverendo larghi strati della popolazione.

2. L’insanabile contrasto tra Costituzione della Repubblica Italiana e Trattati dell’Unione Europea.

Il modello di disciplina dei rapporti economici prefigurato dai Trattati Europei è irrimediabilmente in contrasto con il modello di disciplina prefigurato nella Costituzione. I valori e gli interessi promossi dalla Costituzione della Repubblica Italiana sono opposti rispetto ai valori e agli interessi promossi dai Trattati dell’Unione Europea. In Particolare:

– “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni” , “aiuta la piccola e media proprietà”, “provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato” (artt. 37, 45), mentre l’Unione Europea: impone la deflazione salariale e la precarietà, come unico strumento per aumentare la produttività e reggere la competizione internazionale; spinge verso le liberalizzazioni a vantaggio del grande capitale, libero ormai di valorizzarsi anche nel campo delle professioni un tempo protette, anche là dove non vi è alcun odioso privilegio da estirpare; schiaccia gli agricoltori rendendo difficile o impossibile la libera organizzazione della loro attività, nell’interesse della grande distribuzione e dell’industria agroalimentare; costringe i commercianti a soggiacere al capitale marchio (in particolare tramite il contratto di franchising e in genere la valorizzazione dei marchi) e penalizza i piccoli esercizi commerciali, consentendo l’apertura anche nel tradizionale giorno di riposo.

– “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme” (art. 47, primo comma), mentre l’Unione Europea incoraggia l’indebitamento privato per l’acquisto di beni e servizi di consumo.

– La Repubblica “tutela il risparmio”, ossia lo preserva dall’inflazione. Mentre l’Unione Europea promuove le rendite – ossia la valorizzazione del denaro risparmiato senza che il risparmio sia investito, anche indirettamente, nella produzione di beni e servizi –  e le plusvalenze derivate da scommesse finanziarie. Questo obiettivo è perseguito dall’Unione Europea sia direttamente, attraverso una ipocrita disciplina di tutela del cliente-investitore, sia indirettamente, vietando limitazioni alla libera circolazione dei capitali e quindi impedendo di tassare adeguatamente i proventi derivanti da plusvalenze, rendite e scommesse: in caso di elevamento dell’imposizione da parte di uno degli stati membri, i capitali fuggirebbero.

– “La Repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare… al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese” (art. 47, secondo comma), mentre l’Unione Europea impedisce all’Italia ogni vincolo di destinazione del risparmio degli italiani, sancendo la assoluta libertà di circolazione dei capitali, anche nei confronti dei paesi terzi, e garantendo il “diritto” dei risparmiatori, per lo più attraverso i grandi intermediari finanziari, di indirizzare il risparmio in ogni piazza finanziaria, alla ricerca della maggiore rendita e delle più attraenti scommesse.

– “ La Repubblica…disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”, mentre l’Unione Europea ha imposto una disciplina del credito, attuativa di direttive comunitarie, che ha sancito l’abbandono dei tradizionali principi italiani, con il vincolo per l’Italia di non poter reintrodurre gli antichi principi.

– La Costituzione ammette, in presenza di determinate condizioni, monopoli pubblici o collettivi, sia originari, sia derivanti da espropriazioni con indennizzo (art. 43). L’Unione europea promuove la concorrenza in ogni campo dell’attività economica e impedisce all’Italia di introdurre monopoli anche in alcuni dei casi previsti dalla Costituzione.

– La Costituzione italiana non vieta e quindi ammette il ricorso al protezionismo e anzi promuove  limitazioni della libertà di circolazione dei capitali (art. 47, secondo comma: “La Repubblica… Favorisce l’accesso del risparmio popolare… al diretto ed indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese”). Al contrario, l’Unione Europea, per un verso, instaura un “mercato aperto”, che impone la libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali, anche nei confronti dei paesi terzi, privando gli stati della politica doganale anche nei confronti dei paesi estranei all’Unione europea; per altro verso, vieta gli aiuti di Stato. Ciò significa, per recare soltanto un esempio, che l’Italia, preso atto dell’elevato numero di computer, di telefonini e di televisori acquistati dagli italiani, non potrà mai destinare ingenti somme a imprese pubbliche o partecipate dallo Stato, che producano quei beni, inizialmente soprattutto per il mercato italiano, grazie a norme che garantiscano a quelle imprese quote di mercato, e che occupino i laureati italiani in informatica e in ingegneria, nonché i tecnici e gli operai del settore.

– La Costituzione Italiana promuove la piena occupazione (art. 4, primo comma) e quindi salari dignitosi, ammettendo, a tal fine, un’inflazione modesta o relativamente modesta. L’unione europea impone un’inflazione bassissima, impedisce la piena occupazione e promuove la deflazione salariale.

– La Costituzione non pone limiti al debito pubblico e al deficit pubblico e consente allo Stato di prevedere che i titoli invenduti siano acquistati dalla banca d’Italia. L’Unione Europea prevede precisi limiti al debito pubblico e al deficit, impedisce alla BCE e alle banche centrali nazionali di acquistare titoli del debito pubblico e  vuole imporci l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione.

– In generale, l’Unione europea abbatte i confini degli stati europei, anche nei confronti dei paesi terzi e crea un mercato aperto nel quale deve vincere la logica del più forte. Al contrario, l’art. 41, terzo comma della Costituzione prevede che “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. L’Unione europea sopprime tutti i possibili poteri degli stati e quindi dei popoli di disciplinare l’economia, affidando il sistema economico alla pura concorrenza tra imprese e gestori dei grandi capitali internazionali. Mentre la Costituzione sancisce che il popolo italiano, attraverso lo stato italiano, disciplini l’economia.

I due programmi politico-economici sono in irrimediabile contrasto. O il Parlamento e il Governo italiani applicano l’uno o applicano l’altro. E in ragione del prevalere (nelle materie economiche) del diritto dell’Unione Europea sul diritto interno italiano (opinione giuridicamente infondata che, tuttavia, è un fatto), anche di rango costituzionale, sono ormai più di venti anni che Parlamento e Governo italiani svolgono il diritto europeo, anziché il diritto costituzionale dei rapporti economici. Quindi, “Tutti i cittadini hanno il dovere  di essere fedeli alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi” (art. 54), salvo i membri del Governo e del Parlamento, che devono osservare il diritto europeo e violare sistematicamente il diritto dell’economia di rango costituzionale!

3. L’errore politico e tecnico dell’euro.

L’unione europea ha sottratto allo stato italiano anche il potere di gestire una moneta nazionale, vincolandolo a una moneta comune che non è di nessuno. L’adozione della moneta unica si è rivelata, oltre che un errore politico un grave errore tecnico.

Gli architetti politici che si sono occupati della costruzione dell’euro hanno scelto di non tener conto delle preoccupazioni espresse da vari esponenti della scienza economica.

Non sono pochi gli esperti che avevano rilevato per tempo come una unione monetaria fra Paesi molto diversi rispetto ad importanti parametri economici (come competitività e tassi di inflazione) avrebbe comportato numerosi squilibri, che sarebbero poi esplosi nei momenti di crisi. Questo è ciò che è puntualmente avvenuto. Nei circa dieci anni passati dall’avvento della moneta unica, i paesi PIGS hanno avuto livelli di inflazione significativamente più elevati di quelli della Germania, e di conseguenza hanno perso competitività, finendo per accumulare pesanti deficit commerciali, non a caso nei confronti della stessa Germania.

E’ questa la ragione principale della crisi di fiducia che i mercati esprimono nei confronti dell’eurozona. I Paesi meno competitivi rispetto alla Germania vedono peggiorare continuamente  la loro situazione economica, senza poter reagire con lo strumento della svalutazione della moneta nazionale (che non hanno più), e sono quindi considerati a rischio default.

La crisi di fiducia impone ai Paesi meno competitivi di aumentare gli interessi sui titoli del debito pubblico, al fine di riuscire a collocarli sul mercato: ma dover corrispondere maggiori interessi rende sempre più difficile recuperare le risorse necessarie per pagarli, e per ripagare i titoli in scadenza.

Il tutto si traduce in ulteriore aumento del rischio di default.

È ormai comunemente accettata l’idea che per salvare l’Euro è necessario ridurre il gap di competitività fra i paesi dell’eurozona, allineandosi alla Germania. Non potendo svalutare la propria moneta, per recuperare competitività i Paesi con le economie più deboli devono necessariamente ripetere quello che i tedeschi hanno già fatto nel decennio passato: aumentare la produttività e contemporaneamente abbassare i salari reali. Tali misure, che comportano costi sociali altissimi, non possono determinare gli stessi effetti sulla crescita che hanno prodotto in Germania, ma solo contribuire ad avvitare i Paesi dell’eurozona in spirali recessive senza uscita, alimentate anche dai tagli alla spesa pubblica imposti dall’Unione Europea.

L’unico risultato possibile è la recessione, e anzi la depressione, entro al quale avverrà un forte impoverimento generale dei ceti medi e popolari, assieme al depauperamento dei servizi pubblici (istruzione, sanità, trasporti). Tutte le drammatiche misure di austerità imposte dall’Unione uropea e dalla BCE per salvare l’Euro non raggiungeranno il loro scopo. Primo o dopo l’Euro salterà. Ma il rischio è che ciò avvenga solo dopo aver messo letteralmente in ginocchio le economie e i tessuti sociali dei Paesi dell’eurozona o almeno dei Paesi del sud europa. A quel punto sarà durissimo sostenere gli effetti del crollo della moneta unica.

Nel frattempo, per poter imporre quanto deciso dalla BCE e dalla Commissione Europea (cioè da Francia e Germania), l’Unione Europea inasprisce il proprio carattere antidemocratico, tramite nuovi trattati che obbligano i Paesi membri a realizzare tutto ciò che viene deciso dai tecnocrati europei, indipendentemente dalla volontà popolare e dalle determinazioni dei Parlamenti nazionali.

Euro ed Unione Europea sono quindi i primi nemici da abbattere per chiunque voglia difendere le condizioni di vita dei ceti popolari e medi, la sovranità popolare, la democrazia politica.

4. Scuola e università.

È in atto da molto tempo un lento processo di distruzione della Scuola e dell’Università pubbliche. Le continue riforme che si succedono, ad ogni cambio di ministro, non fanno che portare avanti questa distruzione. Nella Scuola pubblica viene in sostanza cancellata la centralità delle discipline e dei contenuti, che sono la vera sostanza sulla quale si basa il processo educativo specificamente scolastico. Questa perdita di contenuti disciplinari riduce il lavoro scolastico ad una sorta di immane servizio di “babysitteraggio”, con la perdita di ogni reale valore educativo del tempo passato sui banchi. Le varie riforme, inoltre, colpiscono al cuore il carattere di scuola nazionale, uguale per tutti i cittadini, della scuola pubblica, prevedendo una sciagurata autonomia che significa soltanto trasformazione della scuola in azienda privata (anche se formalmente pubblica) che va a caccia di clienti sul Mercato. Analogo destino colpisce l’Università, i cui gravi problemi non vengono risolti ma accentuati dalle varie “riforme” succedutesi negli anni.

La fine della Scuola e dell’Università pubbliche, statali, nazionali, è una perdita gravissima per la possibilità stessa di continuare a pensare il nostro paese come una patria comune. La Scuola pubblica e l’Università pubblica devono tornare ad essere il principale strumento di promozione della mobilità sociale. Se oggi la mobilità sociale in Italia è bassissima, ciò è dovuto anche alla distruzione della Scuola e dell’Università pubbliche statali. È difficile contrastare questi fenomeni, perché essi derivano da meccanismi culturali profondi del nostro mondo. Per provare almeno a combatterli il recupero della sovranità nazionale e il distacco dalla “cultura” diffusa dal pensiero globalista e mercatista sono condizioni necessarie.

5. La Sanità.

In aderenza alle pulsioni e credenze del pubblico in tema di salute, opportunamente stimolate e pilotate, la medicina, alla quale ci si affida come un tempo alla religione, è stata trasformata in uno dei maggiori settori dell’imprenditoria liberista; un settore parassitario dove la Domanda è facilmente regolata da un’Offerta senza scrupoli, e sul quale si è sovrapposta l’economia fittizia della speculazione finanziaria.

Noti economisti auspicano che la quota sanità del PIL salga al di sopra del 15%; ciò è ottenibile, ma sarebbe una disgrazia, perché già oggi per far diventare la medicina un motore di crescita economica la si è gravemente inquinata con deviazioni e con pratiche fraudolente; così che essa non fornisce ciò che potrebbe dare mentre storna risorse e crea danni iatrogeni. Ad esempio, la “prevenzione” oggi non consiste nell’assicurare un ambiente salubre, condizioni di vita equilibrate e cibi genuini, alla luce delle conoscenze biomediche; ma in trattamenti medici di massa ai sani mediante costosi programmi di screening, l’inutilità e la dannosità dei quali sta venendo riconosciuta in diversi casi anche in sedi ufficiali. Si favorisce la cronicizzazione delle malattie, per trasformarle in rendite assicurando il maggior consumo di costose scatolette di farmaci proclamati efficaci, e si lascia alle famiglie la gran parte di carichi sanitari essenziali come le cure odontoiatriche e l’assistenza ai non autosufficienti. E’ anche possibile che, ridotta la democrazia reale al lumicino, i futuri sviluppi, che potrebbero includere una maggiore privatizzazione della sanità, si avvalgano di forme più tradizionali di autoritarismo, per giungere allo “Stato terapeutico” preconizzato da alcuni commentatori. I meccanismi coi quali il potere ottiene ciò sono oscurati da fattori psicologici e tecnici, potenziati dalla propaganda e dalla censura; ma gli effetti negativi sono percepiti da una quota crescente di cittadinanza.

Le forze liberiste nel perseguire lo sfruttamento della medicina si sono poste il problema di geometria istituzionale: “volendo impossessarci del governo della medicina, come massimizzare la sua distanza dai due centri naturali di controllo democratico, lo Stato e il territorio ?”. Lo hanno risolto ottenendo dai politici la sovraordinazione della UE allo Stato e la devoluzione della sanità alle Regioni. La UE considera apertamente la medicina come un settore economico strategico, la cui tutela consente deroghe ai diritti fondamentali; spodesta un governo centrale occupato da politici “cùpidi di servilismo”. Le Regioni, ricettacolo di corrotti, traducono in interventi legislativi e amministrativi gli interessi dei poteri forti della sanità a livello locale. Anche se da solo non è sufficiente, e il servizio pubblico non sempre è superiore all’iniziativa privata, è necessario che sia lo Stato nazionale, al servizio razionale delle necessità e richieste delle realtà locali, a controllare la medicina. Ciò renderà possibile l’intervento più urgente, quello di emancipare i cittadini dalla loro condizione di stampo del potere mediante una corretta informazione; sollecitando in loro il meglio, anziché il peggio come fa la dittatura a stampo; in modo che sappiano ciò che devono pretendere dalla sanità e ciò che non possono chiederle.

6. Agricoltura.

L’Unione Europea con la Politica Agricola Comune (PAC) degli ultimi decenni ha determinato un netto decremento della produzione agricola italiana, attraverso l’introduzione di aiuti finanziari legati esclusivamente alla proprietà del terreno ed incuranti dell’effettivo contributo produttivo. Inducendo così alcuni agricoltori a lasciare incolti i loro terreni per vivere di rendita o a modificarne la vocazione a fini esclusivamente ambientali, ricreativi o energetici. Ciò si è drammaticamente riflesso in negativo sulla bilancia commerciale italiana. Generando un potente flusso di materie prime agricole dall’estero che hanno ulteriormente indebolito l’agricoltura italiana e l’economia nazionale tutta. Inoltre, i processi di globalizzazione in atto, insieme al dirigismo tecnocratico della U.E., realizzato ad uso e consumo delle aziende che operano con economie di scala, stanno ulteriormente riducendo il numero delle piccole e medie aziende agricole disgregando il tessuto sociale che verte su di esse.

L’adozione di politiche protezioniste, con l’adozione di dazi e tariffe, in tutti quei casi in cui l’agricoltura nazionale risulti aggredita da fenomeni di concorrenza da parte di paesi terzi, insostenibile da parte dei nostri agricoltori, appare l’unica possibile soluzione per evitare l’ulteriore aggravarsi della crisi in atto.

Infine il ripristino di una politica agricola nazionale in luogo di quelle attuali euro-centriche ed il recupero di una moneta nazionale con cambio monetario gestibile in funzione delle necessità economiche appaiono sempre più una impellente necessità, al fine di garantire la sopravvivenza ed il rilancio dell’intero comparto agricolo.

7. I settori industriali strategici.

In un’ottica integralmente liberale, opposta, quindi, all’ottica che qui assumiamo, la nozione di settore strategico è di per sé vuota di contenuti ex-ante, essendo il mercato il solo ed unico giudice ammissibile (ex-post) delle decisioni produttive prese in modo indipendente dagli operatori privati sulla base della semplice convenienza valutata dal singolo. Non vi è alcuno spazio, in questa prospettiva, per giudizi generali e aprioristici circa la preferenza di una scelta produttiva rispetto ad un’altra.

Ponendoci invece in un’ottica opposta, di sovranità almeno parziale sulle scelte produttive, la nozione di strategicità diviene di estrema importanza.

Un settore strategico può essere considerato tale per una serie di ragioni che contribuiscono a dare al termine strategicità diverse accezioni che contribuiscono ad una definizione complessiva. Quattro sono le aree che ci riconducono alla strategicità:

A) Un settore è strategico anzitutto:

1- perché si occupa della produzione di un bene di consumo o un servizio primario per i bisogni della popolazione (è il caso di alcuni prodotti alimentari di base, dell’elettricità, dei combustibili, dell’edilizia abitativa, della sanità, dei farmaci, ma si può anche allargare il campo a molti altri servizi o prodotti)

2- perché si occupa della produzione di un bene o servizio di investimento legato direttamente alla produzione di beni di consumo considerati primari (un macchinario sanitario, la ricerca farmaceutica etc etc).

3- perché produce un bene o un servizio senza l’uso del quale, una parte considerevole di tutte le altre produzioni e attività economiche non potrebbe neanche avvenire (è il caso ad esempio dell’energia, dei trasporti, delle telecomunicazioni, dei sistemi informatici, della siderurgia, della chimica etc etc)

B) Descritto il concetto più elementare di strategicità, bisogna integrarlo con accezioni più complesse e meno immediate. Un settore è infatti parimenti strategico se:

4- contribuisce direttamente ad una parte considerevole dell’occupazione di lavoratori nel sistema economico.

5- presuppone, per la sua stessa esistenza, la presenza di un indotto produttivo a monte molto esteso, che fa sì che tale settore sia inscindibilmente legato ad un enorme fetta dell’apparato produttivo in generale e quindi ad un enorme quota parte di occupazione di lavoro

6- è legato a scelte di investimento di lungo periodo di carattere scientifico, tecnologico e culturale, in grado di modificare nel tempo, in maniera decisiva, lo sviluppo materiale e spirituale della società. E’ il caso della ricerca di medio-lungo periodo in tutte le sue sfumature: da quella medica e farmaceutica, alla ricerca orientata allo sviluppo di nuove tecnologie che consentono il risparmio energetico e di lavoro, fino alla ricerca umanistica in tutte le sue forme.

C) La strategicità ha poi un ulteriore importantissimo contenuto che investe anche il ruolo del paese nei rapporti internazionali:

E’ strategico da questo punto di vista, un settore:

7- che per l’alta intensità di contenuto tecnologico e di investimenti, gode di un alto valore aggiunto e quindi di un alto valore di scambio internazionale (è il caso di tutti i settori tecnologicamente avanzati)

8- che è sottoposto, per la sua stessa natura, a vincoli geopolitici molto forti che impongono l’esistenza di determinate relazioni tra paesi (è il caso di tutto il settore energetico di importazione o dei brevetti scientifici in mano ad altri paesi)

D) Infine, un’ultima importantissima accezione che contribuisce a definire il concetto di strategicità può portare ad affermare, in un ottica profondamente dirigistica e programmativa, che un settore è strategico se:

9- il suo sviluppo risponde ad esigenze di orientamento del sistema produttivo (in senso ampio) in una direzione ritenuta auspicabile da un punto di vista etico sulla base di scelte collettive condivise. Su questa base è strategico non solo, ovviamente, tutto il comparto culturale, ma in via indiretta ogni tipo di produzione anche materiale che contribuisce a definire una direzione di etica pubblica.

Queste numerose accezioni del concetto di strategicità sono tutte quante strettamente vincolate alla questione della sovranità. Se si accetta infatti la nozione di strategicità di un settore nelle diverse sfumature qui sommariamente elencate, automaticamente si accetta il terreno dell’ineludibilità della sovranità politica sui processi economici e dell’ineludibilità di una politica industriale intesa in senso interventista-discrezionale (e non come mero assecondamento della logica di mercato secondo la nozione oggi ormai comune di tale concetto).

Non è infatti logicamente possibile invocare la strategicità di un ramo della produzione economica, senza conseguentemente invocare il controllo e la programmazione politica di tale settore (nelle diverse forme possibili, dalla proprietà pubblica monopolistica o concorrenziale, alla partecipazione statale, fino al semplice controllo e orientamento della stessa produzione privata).

L’Italia, inserita nei meccanismi ultra-liberali e vincolanti dei trattati europei, ha da oltre vent’anni rinunciato ad una politica di orientamento e programmazione del sistema economico; ha sostanzialmente rinunciato ad una politica industriale sovrana, in favore dei dogmi del libero mercato e della concorrenza che impongono o il semplice “laissez faire” oppure l’implementazione di politiche attive che assecondino e favoriscano i meccanismi del “mercato ideale”.

Un recupero della sovranità politica è condizione ineludibile per una rinnovata programmazione economica, a partire dai settori vitali e strategici dell’economia.

8.  Riformare le controriforme attuate nell’ultimo ventennio da una classe dirigente esterofila e in preda alla depressione.

Accanto alle direttive e ai vincoli giuridici provenienti dall’Unione Europea, altre forze, di natura “culturale”, parallele e in parte coincidenti con quelle provenienti dall’Unione Europea, sovente riconducibili alla colonizzazione dell’immaginario degli italiani operata dagli Stati Uniti d’America, hanno spinto, nell’ultimo ventennio, la classe dirigente italiana a modificare molteplici settori vitali dell’ordinamento giuridico italiano.

Tutto è stato riformato o abrogato: il sistema di distribuzione dei poteri normativi e amministrativi tra Stato ed enti locali; il sistema elettorale; settori dell’amministrazione statale affidati ad autorità indipendenti (da chi?), le quali opererebbero per l’affermazione e la tutela di asserite esigenze tecniche; l’Università; la Scuola; il processo penale; la legge fallimentare; il diritto societario; il diritto bancario; il diritto finanziario; le carriere amministrative; la gestione dei servizi pubblici locali; il diritto del lavoro subordinato; gli ordini professionali e le libere professioni; le autorizzazioni all’esercizio del commercio; il diritto industriale; e così via.

Gran parte della disciplina relativa all’intervento pubblico nell’economia è stata smantellata e con essa gran parte delle imprese pubbliche sono state privatizzate.

Tutte le riforme sono andate nella medesima direzione, suggerita o anticipata dal diritto statunitense o imposta dal diritto dell’Unione europea. A prescindere dal giudizio sulle singole riforme, talvolta astrattamente apportatrici di giusti o accettabili principi (ma calati meccanicamente in una realtà diversa da quella dalla quale sono stati tratti), si è omesso di considerare che un ordinamento giuridico statale è una realtà organica, che vive nella storia, realtà che, nei settori nevralgici, va modificata con grande attenzione e prudenza.

Più riformavamo e più le cose peggioravano. Più riformavamo e più problemi sorgevano. Più riformavamo e più diminuiva la nostra competitività rispetto agli altri stati, non soltanto europei. Il fenomeno non ha eguali negli altri stati europei e costituisce al tempo stesso la ragione dell’indebolimento dell’Italia e la prova che la classe dirigente italiana dell’ultimo ventennio (indifferentemente di centrodestra e di centrosinistra) è stata sciagurata e sarà irrevocabilmente condannata dal tribunale della storia. Non che gravi cedimenti non si fossero verificati anche nel decennio precedente; tuttavia nell’ultimo ventennio le riforme degenerative si sono moltiplicate in misura geometrica.

Non ci ha guidato un principio nuovo ma una depressione. Se una persona in poco tempo cambia nome, moglie, città, lavoro, sport preferito e hobby, possiamo essere certi che essa è stata depressa. Così è avvenuto per l’Italia, che ha “riformato” (e talvolta distrutto) moltissimi settori nevralgici dell’ordinamento giuridico italiano.

Sebbene pseudo intellettuali, che in venti anni non ne hanno azzeccata una, continuino a perorare “le riforme”, nel nome dell’efficienza, della competitività, della concorrenza, dell’apertura ai mercati internazionali e dell’adesione alle richieste dell’Unione Europea, dell’adeguamento a istituti e prassi dei paesi “a capitalismo avanzato”, è ormai palese, a chi non intenda bendarsi gli occhi, che l’Italia è stata colpita al cuore proprio dalle mille riforme. E che le prime riforme che è necessario veramente porre in essere consistono nella sottrazione dell’Italia a quei vincoli, politici, giuridici, “culturali”, tutti di carattere sovrannazionale, i quali ci hanno imposto o suggerito riforme distruttrici di ben efficaci e giusti assetti d’interesse che avevamo ereditato dalla nostra storia e che forse dovevano soltanto essere ritoccati con pazienza, sperimentando le riforme, dapprima in singole città o Università o Scuole, o settori per verificarne la bontà.

9. L’Italia deve tornare ad essere una nazione pacifica.

Nell’ultimo quindicennio, l’Italia ha partecipato a innumerevoli guerre di aggressione, sempre come ruota di scorta degli Stati Uniti, ora sotto l’ombrello della NATO ora sotto quello dell’ONU. Quelle guerre di aggressione hanno ribaltato giudizi di campi di battaglia; hanno comportato il bombardamento di popoli ed eserciti senza talvolta concedere agli avversari la possibilità di colpire gli aerei della coalizione degli aggressori e senza far seguire alla guerra aerea una parvenza di guerra terrestre; hanno ricondotto all’età della pietra stati che avevano sviluppato sistemi scolastici, sanitari e imprenditoriali di buon livello; sono state condotte servendosi di milizie locali razziste di stupratori e di sodomizzatori; hanno disintegrato stati unitari e hanno minato l’unità nazionale di altri.

Nessuna di quelle guerre, alle quali comunque non avremmo dovuto partecipare, è stata condotta nell’interesse degli italiani: della maggioranza o di una minoranza qualificata. Addirittura l’ultima, quella contro la Libia, è stata condotta contro i nostri interessi e nell’interesse di alcuni alleati. Nemmeno in questa occasione, la classe dirigente italiana ha avuto il coraggio di non accodarsi alla Francia e all’Inghilterra (nella guerra contro la Libia gli Stati Uniti hanno effettivamente mantenuto un profilo basso) e di rimanere neutrale, come invece ha fatto la Germania.

Quella parte dei cittadini italiani, fortunatamente ampia, che non è stata completamente ridotta alla condizione di video-consumatori di falsità mediatiche prova vergogna. E vergogna, ne siamo certi, provano anche i nostri migliori soldati, che non meritano di far parte di coalizioni con criminali razzisti e vorrebbero svolgere soltanto il compito di difendere la patria da aggressioni straniere e da tentativi armati di secessione.

Svincolarci dalla sudditanza politica, giuridica e “culturale” nei confronti degli Stati Uniti, ormai diretti da una classe dirigente di miliardari criminali, guerrafondai e pericolosissimi, è un imperativo morale, prima che politico.

10. La deriva della nazione.

La deriva della nazione ha trovato compimento, per un verso, nella guerra di aggressione contro la Libia, proprio perché, a tacer d’ogni altro profilo, si è trattato (caso più unico che raro) di una guerra condotta contro gli interessi degli italiani e a favore di interessi stranieri; per altro verso nella crisi del debito pubblico, dovuta – secondo i media ufficiali che da anni stupidiscono gli italiani – alla “sfiducia dei mercati” nei confronti dell’Italia e dell’ex Presidente del consiglio in particolare, e in realtà dipendente: da politiche che hanno preferito allocare sui mercati, anziché presso i risparmiatori italiani, il debito pubblico; che hanno voluto sopprimere la moneta nazionale a favore del corso forzoso di una moneta cosiddetta “comune” e che invece non appartiene a nessun popolo; che hanno consegnato l’immenso risparmio degli italiani ai grandi intermediari finanziari, imponendo al tempo stesso all’Italia di partecipare alla gara tra stati per attrarre capitali stranieri; che, hanno voluto concedere la massima autonomia alla BCE (e purtroppo già prima dell’ultimo ventennio alla Banca d’Italia).

11. Il commissariamento politico dell’Italia e la seconda morte della Patria.

L’esito di oltre venti anni di politiche globaliste, di apertura ai mercati internazionali e di cancellazione dei confini nazionali è stato catastrofico e si è materializzato in un vero e proprio governo di occupazione o, se si preferisce, di semplice commissariamento.

La composizione dell’attuale governo non lascia adito a dubbi. Il Presidente del consiglio è il proconsole della UE, dove ha svolto un ruolo di vertice e ultra-politico per dieci anni. Altro che tecnico! Come commissario europeo, Monti è stato indipendente dallo Stato Italiano (lo imponevano i trattati europei). Ma è stato pur sempre per dieci anni membro dell’organo di governo dell’Unione europea. Istituzionalmente, nel rispetto dei Trattati europei, ha sempre agito nell’interesse della comunità europea, in piena indipendenza dallo stato italiano.  L’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ministro della difesa, è l’uomo della Nato nel governo italiano. Era ammiraglio presso la NATO in Libia. Il ministro degli esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, è l’uomo di Israele e degli Stati Uniti nel governo italiano. E’ stato ambasciatore presso Israele e successivamente presso gli Stati Uniti, ove è restato in carica  fino al momento di in cui è diventato Ministro degli esteri E’ stato anche consigliere politico della rappresentanza italiana presso la NATO. Non c’è ente sovrannazionale che non sia rappresentato nel nostro governo: persino l’OCSE è rappresentata da un sottosegretario che proviene dall’Invalsi, l’ente che da anni perora la causa dei test asseritamente volti ad accertare le capacità intellettive e culturali degli italiani e in realtà a stupidirli.

E’ la seconda morte della Patria.

12. La depressione economica.

Nessuna fiducia può essere riposta nel Governo Monti, appoggiato dalla sciagurata classe dirigente di centrodestra e di centrosinistra. Se qualche provvedimento, tra i tantissimi ingiusti e demagogici, può apparire giusto, è certo che il Governo Monti teorizza e persegue una politica economica che condurrà l’Italia in depressione.

Il Governo Monti, aumentando le imposte e tagliando al contempo le spese, diminuirà la domanda pubblica. La moneta comune, tenacemente e assurdamente difesa dal Governo, continuerà a cagionare scarsità di domanda estera e squilibri nella bilancia dei pagamenti, i quali a loro volta impediranno di ridurre lo spread a livelli insignificanti e continueranno a rendere costoso, per lo Stato Italiano, il reperimento di prestiti, rispetto ad altri stati europei.

Le banche, che sono decotte, diminuiranno i prestiti alla produzione e al consumo, cagionando un’ulteriore diminuzione dell’offerta e della domanda.

La manovra economica non ha spostato ricchezza dai ceti ricchi ai ceti poveri e medi, i quali hanno maggiore propensione al  consumo e pertanto nemmeno per questo verso si avrà un aumento della domanda.

Né vi è ragione di credere che, nella attuale congiuntura, si verificherà un aumento degli investimenti diretti esteri in Italia, volti a costituire nuove imprese. Gli investimenti volti ad acquistare imprese italiane, invece, se in parte si verificheranno, saranno una sciagura, perché accanto a momentanei e relativi benefici, comporteranno un indebolimento e un impoverimento del sistema produttivo nazionale.

La logica non lascia scampo. Nei prossimi due anni l’Italia vedrà scendere sensibilmente il prodotto interno lordo. Le liberalizzazioni, nelle quali ripone fiducia il fanatico Monti, produrranno soltanto spostamenti di ricchezza, in pochi casi in una direzione giusta, negli altri, in direzione sbagliata. In nessun modo renderanno più produttivo il sistema economico italiano.

 

Parte seconda: le PROPOSTE

 

13. Riconquistare la Sovranità.

Che fare? Si impone la piena riconquista della Sovranità nazionale e quindi popolare: per ricollocare la Costituzione  al vertice del nostro ordinamento, affinché torni ad essere il faro luminoso che guida il popolo italiano nella disciplina dei rapporti economici; e per attuare uno sganciamento, “culturale” oltre che politico, dagli Stati Uniti d’America e dalle ideologie che essi hanno diffuso nel loro esclusivo interesse e a vantaggio del grande capitale.

14. Combattere e sconfiggere prima il nemico vicino; poi il nemico lontano.

Due sono le fonti delle direttive culturali, giuridiche e politiche, obbedendo alle quali siamo giunti alla seconda morte della Patria: l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America.

Di quale fonte dobbiamo liberarci prima?

Senza dubbio dell’Unione europea, per una pluralità di ragioni.

In primo luogo, perché i vincoli statunitensi sono soprattutto di natura culturale e politica. Essi richiedono esercizio della sovranità e volontà di essere indipendenti, non sovranità (salvo i vincoli assunti nei confronti della NATO). Al contrario, l’Unione europea limita del tutto e ormai ha pressoché estinto la sovranità economica italiana. Sottrarci alle direttive “culturali” e alle pressioni politiche statunitensi è oggi giuridicamente (e quindi astrattamente) possibile. Invece, la sottrazione ai vincoli europei e la riconquista della sovranità economica implicano il recesso dai Trattati europei.

Senza recedere dai trattati europei, le norme di legge ordinaria che dovremmo emanare per sottrarci alla terribile crisi che è in corso e che comunque durerà fino a quando sarà stata riconquistata la sovranità, non possono essere validamente emanate nemmeno all’unanimità dal Parlamento Italiano. Su di esse prevarrebbe il diritto europeo, che, di fatto, si impone anche sulle norme italiane di rango costituzionale che disciplinano la materia economica.

In secondo luogo,  non si può negare che nell’opinione pubblica il problema economico è avvertito in misura sensibilmente maggiore del problema militare e di politica estera. Soltanto una nazione che abbia risolto o abbia adottato i necessari provvedimenti per risolvere il problema economico può sperare di perseguire la piena indipendenza nel campo della politica estera e militare. E il problema economico si può risolvere soltanto recedendo dai trattati europei e prendendo una serie di provvedimenti necessari, che ora i Trattati europei ci impediscono di adottare.

In terzo luogo, risponde alla logica e all’esperienza storica che un paese economicamente sovrano, nel momento in cui adotta i provvedimenti necessari alla organizzazione, direzione e protezione del proprio sistema economico, si rende, in modo automatico, più indipendente o meno dipendente dalle grandi potenze che cercano di influenzarne la politica. Sovranità economica e liberazione sono la medesima cosa.

La storia italiana dal 1947 alla metà degli anni ottanta testimonia che prima che si fossero verificate limitazioni gravi alla sovranità economica, l’Italia ha tenuto, in politica estera, un atteggiamento più dignitoso e meno dipendente dagli Stati Uniti, nonostante la presenza di basi militari straniere sul proprio territorio.

Una proposta politica che sbandierasse e ponesse tra la priorità l’uscita dell’Italia dalla NATO sarebbe una proposta di nicchia e protestataria, non adatta a coagulare il necessario consenso e a far fronte alla grave minaccia che incombe sull’Italia.

Tutto ciò, ovviamente, non vuol significare che non si debba sostenere che nella prospettiva di lungo periodo le basi militari straniere debbano essere cacciate dal suolo italiano, riaffermando la piena sovranità sulla totalità del territorio nazionale, e che l’Italia debba uscire dalla NATO; né vuol significare che nella prospettiva di breve e medio periodo non si debba proporre che l’Italia debba suggerire e imporre alla NATO (che paradossalmente delibera le azioni con il consenso di tutti gli stati, salvo gli astenuti) di adottare strategie esclusivamente difensive e debba rifiutarsi di partecipare ad altre guerre di aggressione.

Significa soltanto che ci si colloca in una prospettiva realistica, consapevole che la riconquista piena della sovranità è un progetto di lunga durata, il quale impone di stabilire priorità. L’obiettivo non si realizzerà con declamazioni che pongono tutte le finalità sul medesimo piano, senza un ordine logico e strategico.

In ogni caso, è evidente che la eventuale implosione o comunque disintegrazione dell’Unione Europea e la riconquistata sovranità economica, e quindi la rinnovata indipendenza degli Stati Europei, sgretolerà o comunque metterà in crisi l’alleanza atlantica. Pertanto la lotta contro il nemico vicino è al tempo stesso una lotta contro il nemico lontano.

15. Recedere dai Trattati europei: i provvedimenti d’urgenza e le linee strategiche della politica economica italiana.

Occorre dunque recuperare la piena sovranità economica. E per far ciò è necessario esercitare un atto di recesso, previsto, al ricorrere di determinate condizioni, dal diritto internazionale consuetudinario; e previsto esplicitamente dai Trattati europei, senza che esso sia subordinato ad una o altra condizione.

Peraltro, si deve essere consapevoli che – salvo l’ipotesi che si verifichino le circostanze previste dal diritto internazionale consuetudinario (rilevante mutamento delle circostanze; o addirittura sopravvenuta impossibilità di adempiere); ma allora vorrà dire che si sarà verificato un crollo dell’economia e non semplicemente una grave crisi – la procedura di sganciamento degli Stati prevista dal Trattato di Lisbona, la quale inizia con un atto di recesso, può durare due anni e prevede una negoziazione a conclusione della quale, pur in mancanza di un accordo, lo Stato recedente esce dall’Unione. Orbene, due anni sono ovviamente troppi se nel frattempo lo Stato recedente fosse costretto a rispettare i vincoli posti dall’Unione Europea, non potesse esercitare la sovranità in materia economica e restasse esposto al “giudizio dei mercati”.

Pertanto, deve essere chiaro che lo sganciamento, pur volendo formalmente utilizzare la procedura prevista dal Trattato di Lisbona, avverrà con provvedimenti di rottura dell’ordine giuridico dell’Unione Europea, che anticiperanno il recesso e che dovranno essere adottati un venerdì, dopo la chiusura della Borsa italiana, dal Governo (non dal Parlamento) e che dovranno contenere necessarie misure d’urgenza.

In particolare, il recesso dovrà essere accompagnato  dall’immediato ritorno alla valuta nazionale e da un provvedimento volto ad impedire la fuga di capitali dall’Italia, che vieti tutti i trasferimenti di valuta e di titoli, nonché limiti e sottoponga a controllo i pagamenti.

Adottati i provvedimenti d’urgenza, si dovrà promuovere una politica volta a contenere le divisioni sociali e territoriali. Si imporranno:  una autonoma politica economica espansiva; trasferimenti di risorse ordinari e straordinari nelle zone e alle categorie particolarmente colpite dalla crisi;  il ripristino del controllo dei capitali e dei saggi di interesse interni; una ricollocazione all’interno della maggior parte del debito pubblico italiano, anche attraverso provvedimenti che impongano ai cittadini italiani, in proporzione alle attività finanziarie possedute, la vendita di titoli dei grandi intermediari finanziari e bancari, per l’acquisto a basso tasso di interesse, di titoli del debito pubblico italiano; una maggiore progressività della imposizione fiscale; la tutela ad ogni costo dell’agricoltura italiana, nei confronti delle imprese agricole straniere che possano pregiudicarla e nei confronti della grande distribuzione e dell’industria agroalimentare. Investimenti strategici pubblici e convenzioni con multinazionali per la produzione in Italia di computer, telefonini, televisori e altri oggetti di consumo comune, assicurando alle imprese produttrici rilevanti quote di mercato; reintroduzione della stabilità del rapporto di lavoro vigente prima del cosiddetto Pacchetto Treu. Nazionalizzazione delle grandi banche e di alcune grandi assicurazioni ai sensi dell’art. 43 della Costituzione.

Sarebbe preferibile che l’uscita avvenisse nel medesimo contesto temporale dell’uscita di altre nazioni del sud Europa ed eventualmente dell’Europa dell’Est (ed è probabile che ciò accadrà), per rendere più agevoli le negoziazioni con l’unione Europea. L’importante è che sia chiaro che non si tratterà di un passaggio indolore e che lo scontro e il contrasto politico con la Germania ed altri paesi dell’Unione Europea sarà molto probabile: si verificherà se le parti non troveranno un accordo. La libertà ha, ed è bene che abbia, un costo.

16. E’ inutile dividerci ora su come eserciteremo un potere che oggi non abbiamo e che dobbiamo riconquistare.

Tutti i provvedimenti segnalati saranno volti a ricostituire una economia sociale e popolare, improntata alla giustizia sociale e conforme ai principi costituzionali. Una volta invertita la rotta, e riconquistata la sovranità economica,  andranno riviste tutte le normative di recente introduzione, in materia economica (come la legge fallimentare) o in materie di diritti sociali (in particolare scuola e Università pubbliche).

Tuttavia, non è importante, possibile e opportuno affrontare oggi il problema di come debba essere esercitata la sovranità. Servirebbe soltanto a dividerci. Mentre è necessario perseguire la massima unità.

Come debba essere esercitata la riconquistata sovranità, lo deciderà democraticamente il popolo italiano. In questo momento è possibile indicare soltanto le linee di fondo tracciate in questo Documento. Esse però non sono poca cosa e sono davvero rivoluzionarie; segneranno un solco tracceranno la direzione; imporranno corollari.

17. E’ inutile dividerci sulla ricollocazione geopolitica dell’Italia. Alcuni principi accettabili da tutti coloro che intendono riconquistare la sovranità.

Nemmeno ha senso dividerci oggi sulla futura ricollocazione geopolitica dell’Italia. Troppe le variabili e quindi troppe ed eventualmente molto diverse le situazioni ipotetiche nelle quali ci si troverà ad operare.

E’ possibile soltanto tracciare linee e principi comuni, anche al fine di non creare divisioni che oggi sarebbero irragionevoli e infantili.

Tutti gli stati del sud Europa che usciranno dall’Unione Europea dovranno essere invitati a costituire una zona di libero scambio, con monete diverse, sulla falsariga del vecchio mercato comune e quindi stabilendo notevoli deroghe ai principio della libera circolazione dei capitali, dei servizi e delle merci. Alcuni settori strategici, come, per esempio, il settore bancario e assicurativo, dovranno rigorosamente essere tenuti fuori dagli accordi. Nella disciplina di questi settori la sovranità dovrà essere assoluta. Gli Stati partecipanti manterranno comunque poteri di dogana nei confronti dei paesi terzi.

La possibilità di accordi commerciali per il procacciamento di fonti energetiche non soggiacerà a vincoli di sudditanza politica con i quali si vorrebbe limitare la libertà dell’Italia nel perseguire una propria politica degli acquisti. Con gli stati fornitori dovranno essere stipulati trattati che li vincolino ad acquistare e far acquistare dalle loro imprese nazionali merci e servizi italiani per un importo tendenzialmente corrispondente al valore dei nostri acquisti di energia. Saranno preferiti gli stati-fornitori che accetteranno queste condizioni.

Dovrà essere promossa una alleanza militare tra stati europei, indipendenti e sovrani,  fondata sul coordinamento tra gli eserciti nazionali, senza alcuna creazione di un esercito comune. Quali possano essere questi stati europei non è possibile dire, perché tutto dipenderà dalla situazione che si verrà a creare dopo il recesso dall’Unione Europea degli Stati del sud Europa, nonché di molti stati dell’est.

La repubblica italiana si adopererà per favorire lo sviluppo, nell’ambito delle industrie europee della difesa, principalmente delle industrie dei paesi che aderiranno all’alleanza militare, di tutte le tecnologie necessarie alla realizzazione dei sistemi d’arma necessari alla difesa degli stati partecipanti all’alleanza. In particolare, nessun settore tecnologico strategico dovrebbe dipendere da tecnologie e conoscenze scientifiche estranee ai paesi alleati.

18. I tempi: una valutazione realistica della situazione e del suo prevedibile svolgimento.

Il Governo Monti proseguirà la politica di attuazione delle direttive dell’Unione europea, volta al rispetto dei vincoli posti dall’Unione; una politica di austerità, depressiva e di impoverimento di larghe fasce della popolazione.

E’ possibile che già alle prossime elezioni politiche, in Parlamento riusciranno ad approdare forze dichiaratamente sovraniste. Ma non c’è da dubitare che il nuovo governo – espressione di quello che è sempre stato il partito unico delle due coalizioni ovvero appoggiato da una soltanto delle coalizioni del partito unico – proseguirà, almeno inizialmente, lungo la strada percorsa dal Governo Monti.

Il deterioramento della situazione economica, la discesa del prodotto interno lordo  e l’aumento della disoccupazione, della povertà e della violenza proseguiranno. Niente si può dire, invece, sul ritmo della discesa del PIL e dell’aumento di disoccupazione e povertà. Se la BCE acquisirà il ruolo di acquirente residuale dei titoli del debito pubblico degli stati (ipotesi invero improbabile, almeno se intesa in senso assoluto), le crisi del debito potrebbero momentaneamente essere risolte. Resterebbero tuttavia gli squilibri e i deficit commerciali causati dall’euro a danno dei paesi del sud Europa; i trattati di libero scambio, stipulati dall’Unione Europea con i paesi terzi, indeboliranno ulteriormente le imprese agricole italiane; la dogana unica europea sarà incapace di difendere interi settori produttivi dei paesi del sud Europa dalla concorrenza dei paesi emergenti.

In un lasso di tempo relativamente breve, l’Italia si troverà pressappoco nella condizione attuale della Grecia, con disoccupazione che si aggirerà tra il 15 e il 20%,  con centinaia di migliaia di imprese ed esercizi commerciali che chiuderanno. A quel punto anche il fronte globalista e fanatico servitore dei progetti dell’Unione Europea avrà avvertito crepe e avrà cominciato a disintegrarsi. In Grecia attualmente circa il 30% dei cittadini, di orientamenti politici diversi e anche contrastanti sotto altri profili,  desidera l’uscita dall’Unione Europea. Come ha scritto Mikis Theodorakis, “L’unica forza che può realizzare questi cambiamenti rivoluzionari è il popolo greco, unito in un enorme Fronte di Resistenza e Solidarietà”.

L’Associazione Riconquistare la Sovranità, in vista di quel momento, si propone, con pazienza, realismo e intelligenza, di diffondere le idee sovraniste e le analisi e le proposte contenute in questo documento; di unire una massa critica di cittadini che sia la più ampia possibile; e di promuovere il Fronte di Resistenza e Solidarietà del Popolo Italiano.

Avezzano 3 marzo 2012

Testo scritto da Stefano D’Andrea, con collaborazione di alcuni amici: Marino Badiale (paragrafi sull’euro e sulla scuola); Lorenzo Dorato (paragrafo sui settori industriali strategici); Grano Duro (paragrafo sull’agricoltura); Menici60d15 (paragrafo sulla sanità); Fabrizio Tringali (paragrafo sull’euro).